La Nuova Sardegna

lun 19 feb 2007

Lirico, Claus Peter Flor tra gioia e melanconia

Flor fa cantare ogni altro strumento, con sottolineature di fraseggio ora più delicate ora più incisive, che rendono il tutto di una notevole ricchezza timbrica.CAGLIARI. Due pagine ambivalenti, dove la gioia si unisce stranamente alle più profonde malinconie. Due pagine che risalgono all’ultimo periodo dei rispettivi compositori, lavori che paiono segnati in qualche modo dall’imminente scomparsa di entrambi: il «Concerto in la minore per violoncello e orchestra op.129» di Robert Schumann e la «Sinfonia n.6 in si minore op.74» di Petr Il’ic Ciajkovskij, sinfonia nota a tutti con lo stesso appellativo della celebre sonata beethoveniana, ovvero,«Patetica». Con questi due titoli prosegue difatti il calendario concertistico del Lirico, che ha visto dirigere la sua orchestra dalla bacchetta prestigiosa di Claus Peter Flor, a fianco del quale il violoncellista Antonio Meneses, nel ruolo di solista, ha interpretato il brano schumanniano.... Il virtuosismo garbato ed elegante di Meneses si muove infatti in un lirismo dalle mille sfaccettature, fra le pieghe più nascoste del carattere di Schumann, personalità poliedrica e tormentata. La cura per i dettagli messa da Flor nella dialettica fra solista e orchestra, ne fa poi un’eccellente interpretazione dal punto di vista dei colori: mentre il violoncello del musicista brasiliano si inerpica o ridiscende per le variegate melodie schumanniane, Flor fa cantare ogni altro strumento, con sottolineature di fraseggio ora più delicate ora più incisive, che rendono il tutto di una notevole ricchezza timbrica. Ugualmente complessa è la caratterizzazione psicologica della «Sesta Sinfonia» di Ciajkovskij. Di poco antecedente alla sua morte, fu presto letta come un’opera-testamento, andando subito ad alimentare leggende fatalistiche sulla figura del compositore russo. Non fu colta invece, se non più tardi, la portata storica dell’inventiva, dello sperimentalismo, delle audaci novità introdotte dall’autore nel genere sinfonico, come l’elaborazione peculiare dei temi, la collocazione di un tempo lento nell’ultimo movimento, un’ironia e un’autoironia ben dissimulate nella prosperità di quella che Glenn Gould gli attribuiva come «insuperabile vena melodica». Flor nella sua lettura ne rimarca i contrasti, mettendo l’accento sulla raffinata orchestrazione di Ciajkovskij, e gioca con i tempi, accelerando o rallentando per evidenziare ogni passaggio da un pathos a un altro.
Gabriele Balloi