Napoli on the Road

Tue 6 Jun 2006

Ricordando Mozart

Dopo un concerto dedicato a Mozart Canino si racconta in una vivace intervista per un Webmagazine di Cultura Napoletana.Al Teatro Sannazaro di Napoli Bruno Canino ha tenuto un concerto dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart: un omaggio al genio di Salisburgo per celebrare i 250 anni dalla nascita.

Canino ha suonato il Concerto per pianoforte e orchestra K 414 e, insieme ai pianisti Maria Sbreglia ed Umberto Zamuner, il Concerto per tre pianoforti e orchestra K 242.
Grande successo e grande apprezzamento da parte del pubblico per l’interpretazione di un raffinato pianista che, come sempre, lascia il “puro amore per la musica” suonare per lui, con un tocco magico.
Alfredo Casella, pianista ed illustre didatta, scriveva a proposito del tocco: “…è uno tra i problemi più importanti della tecnica pianistica, per non dire senz’altro il più importante. La bellezza del suono fu sempre la maggior preoccupazione dei virtuosi”.
Ebbene ciò non sembra essere vero per il virtuoso Canino. Il suo tocco è meravigliosamente privo di ogni “preoccupazione”. La bellezza del suono, l’eleganza e la ricchezza delle sue interpretazioni sono la naturale e spontanea espressione di un dono innato: un amore assoluto per la Musica.

Bruno Canino, distinto, affabile e molto cortese, ispira molta simpatia. Si dichiara preoccupato per i giovani musicisti che seguono mode e tendenze, suonando musiche trendy. E’ piuttosto critico nei confronti del pubblico, quello milanese in particolare, ed un po’ nostalgico per le cose passate.

Lei è napoletano ma ha studiato al Conservatorio di Milano, dove ha insegnato per 25 anni. E’ venuto a contatto durante la sua formazione con esponenti della scuola pianistica napoletana?
Si, ho iniziato a studiare a Napoli e ho finito a Milano. Ho studiato al Conservatorio di Napoli fino al quarto anno con il Maestro Vitale.

Cosa ne pensa della scuola pianistica napoletana?
Beh…ha avuto grandi riscontri. Ma sa, adesso c’è una specie di diaspora: molti sono andati via…
E poi in questo momento le scuole forse non esistono più perché i giovani hanno grandi possibilità di viaggiare, che un tempo non avevano…
Oggi, se lei vede i curricula dei giovani concorrenti di concorsi, vede che c’è un elenco di dodici maestri…!

E’ positivo questo secondo lei?
No! No, assolutamente!
Ha degli aspetti positivi, ma nel complesso, non è positivo perché si è persa l’identità…Anche parlare della “scuola russa”, “scuola francese”: non credo che esistano più!
Esistono però dei pianisti napoletani molto bravi, di varie generazioni… io oramai sono vecchio… c’è chi è più vecchio di me, ma insomma…

Cosa ne pensa del pubblico napoletano?>
È molto simpatico.

Riflette un po’ sorridendo. Si capisce che la sua mente sta rovistando tra le cose passate.

Sa, poi ci sono vari pubblici. Un tempo, quando lei non era ancora nata, c’erano Le Settimane della Villa Pignatelli: quello era un pubblico magnifico, molto partecipe, molto cordiale, poi omnia tempus habent…ecco, quelle cose non ci sono più! O meglio ci sono, ma non sono più quelle che erano una volta. Quello era un pubblico molto molto cordiale…
Sa, poi il pubblico del San Carlo è una cosa, il pubblico di un altro teatro un’altra: diciamo che è sbagliato giudicare un pubblico come fanno molti miei colleghi: se applaude tanto è un buon pubblico, se non applaude è un cattivo pubblico. Questo è un criterio sbagliato.
Comunque, diciamo - in generale - sono pochi i pubblici italiani con i quali non mi trovo bene. Uno di questi è Milano, per esempio.

Perché non si trova bene con il pubblico milanese?
Sa, a Milano si è decomposta la vita musicale. I pubblici dei grandi teatri, della Scala, spesso sono ignoranti e presuntuosi.
Poi c’è il pubblico della veterana Società del Quartetto, che adesso si è molto svecchiata… però anche lì si andava per censo, per ereditarietà…
E poi ci sono i pubblici molto alla buona che prendono qualsiasi cosa, per i quali tutto va bene…

Lei trova che ci siano autori che il pubblico apprezza di più rispetto ad altri?
No lo so, non credo. Grazie al Cielo, quando suono io no…sarà che c’è un buon trattamento anche di compositori meno noti.
Secondo me noi dovremmo combattere il fatto che il pubblico, purtroppo, ama più riascoltare che ascoltare: cioè un pezzo più è noto più ha successo. Questo non va bene. Personalmente, amo ascoltare pezzi che non conosco.
Sa, oggigiorno, devo dire con dolore, noto che la musica cosiddetta moderna interessa di meno. Ma interessa di meno anche ai giovani musicisti, non solo al pubblico.
I giovani pianisti vanno in delirio per Rachmaninov, Scriabin, ma non conoscono Bartòk , Hindemith, per non dire Boulez o Stockhausen: non conoscono i grandi classici del Novecento. Sono ammaliati da questa scuola russa, che certamente ha caratteristiche molto affascinanti, però c’è dell’altro!
Sono i giovani musicisti, secondo me, che possono preoccupare per un certo indirizzo del gusto, più che il pubblico e la tendenza dei giovani pianisti a conoscere non abbastanza la musica ma il repertorio pianistico. C’è una “settorialità” che andrebbe combattuta in favore di una diffusione della musica in generale: senza barriere, né di genere né di epoche. Per esempio si sente molto barocco, ma prima? Musica meravigliosa del Quattrocento del Cinquecento non si sente, non si conosce.

Da cinquanta anni Bruno Canino e Antonio Ballista formano uno storico duo pianistico suonando con grande affiatamento musica classica, jazz, trascrizioni e musica contemporanea. Quale è il segreto di questa intesa così duratura? Una grande amicizia?
Si, una grande amicizia ed anche il fatto che non lavoriamo full-time insieme.
Facciamo un certo numero di concerti insieme e questo evita la saturazione e quegli inconvenienti, sa, quelle intolleranze che a volte la convivenza genera.

Lei ha scritto un libro: “Vademecum del pianista da camera”. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro e a chi è rivolto?
E’ un libro satirico-pedagogico. Parla un po’ delle regole di vita del musicista da camera. E’ rivolto ai giovani musicisti, ma anche ai non musicisti.
A me interessa sapere come funzionano i meccanismi di certi mestieri che non sono il mio, penso che possa essere interessante…

Tolstoy diceva: “ la musica non eleva né deprime l’animo: lo esaspera”.
Ma Tolstoy aveva un pessimo rapporto con la musica!
Infatti, una delle sue cose meno felici, secondo me, è “La sonata a Kreutzer”.
E poi quello che dice Natasha in “Guerra e pace”… dopo essere stata all’opera dice: “una certa signora si mise a gridare alzò le braccia…”. Totale fraintendimento!
La musica non la conosceva, non nel senso giusto.