La Gazzetta di Parma

Fri 24 Sep 2010

Traiettorie, Entusiasma il Quartetto Prometeo

Formazione che da anni spicca per la qualità penetrante della cifra interpretativa
Dopo i due esemplari appuntamenti con il Klangforum Wien la rassegna ne ha proposto un altro non meno avvincente con il Quartetto Prometeo, formazione che da anni spicca nella ribalta concertistica per la qualità penetrante della cifra interpretativa. Come lasciava ben intendere il programma della serata centrato essenzialmente su un’idea che attraversa un’ampia arcata di storia, fino ai giorni nostri; idea, tutta romantica, quella del frammento che si fa forma, non più intesa come astratta struttura ma quale esito di un processo di trasformazione organica che dal piccolo germe sviluppa le più segrete situazioni emozionali. E’ il movente che spinge Schumann quando si confronta con la più classica delle forme, il quartetto, per scavare nel profondo. Con quanta forza inventiva e poetica l’esecuzione dell’altra sera del primo dei tre Quartetti è apparsa rivelatrice, per trasparenza e intensità. Chiudeva l’appassionata pagina schumanniana il percorso inverso intrapreso dal ‘Prometeo’ come a risalire alle radici di un problematica che il giovane Berg affrontava in un clima più tormentato, gli anni dell’espressionismo, con il linguaggio che andava disfacendosi; a differenza dei suoi due compagni di viaggio, Schoenberg e Webern, non cercava di uscire dalla stretta con la più radicale scelta aforistica ma tendeva a ricaricare il passato di nuove tensioni, non eliminando la forma ma ricreandola con quella strenua spinta costruttiva di cui il suo primo Quartetto offre un esempio di rara coerenza nell’ordine interno, come del resto avverrà poi con , che rende ancor più avvolgente, addirittura spasmodica la tensione lirica. Tensione che i quattro del hanno incarnato con quella circolarità di eloquio che pareva liberare dal complesso intreccio della scrittura berghiana il senso più alato, l’essenza più intima, ossia la musica, cosa che è, appunto, prerogativa dei grandi interpreti. Tra Berg e Schumann il programma apriva una parentesi intensamente folgorante con le fugaci schegge di Kurtag, i dodici e i più recenti , innesto quanto mai pertinente sia per le risonanze viennesi che per le predilezioni schumanniane del grande compositore ungherese che al musicista di Zwickau ha dedicato vari ‘omaggi’. Personalità tra le più affascinanti in quella sua unicità che pur nei possibili rimandi – la discendenza naturale da Bartok come le suggestioni dei microcosmi di Webern – appare come una monade affiorante , per fare un rimando a Klee con cui credo possibile un’affinità, non solo nella vocazione per il piccolo, addirittura piccolissimo formato, ma ancor più per la magica convivenza dello spunto reale – i tanti omaggi che il musicista ungherese modella su amici o artisti – con il simbolo; come se la rarefazione dei suoni, dei gesti si decantasse in una stranita ritualità. Terreno quanto mai arduo per l’interprete per il carattere enigmatico di questa scrittura, peraltro definita da Kurtag con una precisione assoluta, in ogni minimo aspetto; cimento che i quattro esecutori hanno affrontato e realizzato con grande sensibilità e intelligenza. Lungamente applauditi hanno offerto fuori programma ancora un piccolo gioiello di Kurtag seguito poi da un’accattivante pagina <à la manière de…> dell’inglese Thomas Ades, astro svettante nel panorama contemporaneo.


g.m.p.