La Nuova Sardegna

Sun 9 Mar 2008

Quartetto Emerson, suoni di alta scuola

Al Comunale di Cagliari un concerto cameristico di grande raffinatezza...vien fuori un suono superbo, pastoso e fulgido, ad accompagnare uno scavo impareggiabile della partitura...CAGLIARI. Trentadue anni di prestigiosa carriera. Otto Grammy Awards, alcuni dei quali per l’incisione integrale dei quartetti di Beethoven, Bartòk e Shostakovic.

Un contratto in esclusiva (dal 1987) con la Universal/Deutsche Grammophon. E dal 2004 può vantare di essere stato il primo ensemble cameristico a ricevere nientemeno che l’Avery Fisher Prize.

A tutto questo, se non bastasse, possiamo aggiungere tre Grammophone Awards, una medaglia per meriti speciali dalla Hartford University, una laurea ad honorem attribuitagli dal Middlebury College del Vermont, e una lista interminabile di analoghi riconoscimenti. Numerosissime le collaborazioni con altri grandi musicisti, sono spesso ospiti delle maggiori istituzioni e festival musicali al mondo.

Insomma, stiamo parlando del rinomato Emerson String Quartet che al Lirico, mercoledì, si è esibito nel 16º appuntamento con la Stagione concertistica.

La celebre formazione, Eugene Drucker e Philip Setzer (violini), Lawrence Dutton (viola) e David Finckel (violoncello), che da cinque anni ha preso la consuetudine d’esibirsi in piedi, venne fondata nel 1976, bicentenario degli Stati Uniti, prendendo il nome dal filosofo e poeta Ralph Waldo Emerson.

Dunque, una chiara volontà a presentarsi da subito come ensemble statunitense. Tuttavia, come pure osserva Mario Mariani nel libretto di sala, non troveremmo nulla di ciò che siamo soliti considerare uno stile interpretativo schiettamente “americano”.

Niente sentimentalismi. Niente affettazioni superficiali. Nessuna patina vitalistica. No, il Quartetto Emerson è ben più raffinato. Anche dal vivo, come nei lavori discografici, vien fuori un suono superbo, pastoso e fulgido, ad accompagnare uno scavo impareggiabile della partitura, sempre all’insegna della precisione e di un fraseggio che non è mai stucchevole, ma piuttosto d’un lirismo sapientemente controllato.

Come nel «Quartetto in do minore op.18 n.4» di Beethoven, splendida, trascinante esecuzione, che sottolinea magistralmente le pulsazioni ritmiche e gli slanci burrascosi dell’anima beethoveniana, pur conservando tenacemente una pulizia del suono strepitosa.

O nel «Quartetto in si bemolle maggiore “La caccia” K.458» di Mozart, stessa capacità di chiarezza, una cantabilità fresca ed intensa, per una lettura decisamente nobile e sofisticata. Fra tutte, però, davvero intrigante era l’esecuzione del «Quartetto in la minore D.804» di Schubert, ricca di nuances timbriche, era notevole la bellezza dei fraseggi, l’equilibrio e la concertazione fra i vari strumenti; uno Schubert più che mai suggestivo, dove l’ordito sonoro metteva in luce le iridescenze melodiche e armoniche della trama. Grandi applausi e due bis d’eccezione (Webern e Bach).
Gabriele Balloi