L'Ape musicale

Sat 18 Nov 2017

Prospettiva a due fuochi

L’insidioso percorso dalla levigatezza del giovane Beethoven al cubismo inquieto di Petruška trova interpreti d’eccezione e di profonda intelligenza esecutiva

TORINO; 17/11/2017 - Americano per nascita e formazione, europeo d’elezione, il cosmopolita Dennis Russell Davies rappresenta la fusione tra un certo spirito di frontiera e di apertura all’innovazione tipico del nuovo mondo e l’ampio solco della secolare tradizione nata sulle altre sponde dell’Atlantico.

Ospite per la prima volta all’auditorium Toscanini, nel programma scelto per il suo esordio alla testa dell’Orchestra Sinfonica Nazionale, giovedì 16 e venerdì 17 novembre, si rispecchia al meglio questo superiore sguardo di sintesi attraverso la lettura di pezzi tanto distanti tra loro.

Passare dal classicismo viennese al pieno Novecento nella stessa serata non indica di per sé particolare abilità; farlo mantenendo un’impronta personale e traendo allo stesso tempo dagli esecutori un suono del tutto differente, ma convergente con precisione infallibile verso un unico punto di fuga, è una caratteristica che possiedono solo le somme bacchette, nella cui ristretta accolta Russell Davies va inserito senza timore.

Non tragga in inganno la data del 1798: nel concerto per pianoforte n. 1 in do maggiore op. 15 di Ludwig van Beethoven (1770-1827), metabolizzata la lezione mozartiana, si affaccia lo stile dei capolavori a venire. Fin dal primo movimento l’attacco perentorio, il motivo dei legni al termine dell’esposizione, gli arpeggi del solista all’inizio dello sviluppo, impensabili ancora pochi anni prima, sembrano richiamare passi delle sinfonie, del Kaiserkonzert, degli estremi quartetti.

Sarebbe tuttavia sbagliato vedere nell'opera solo un'anticipazione di stilemi futuri. Il concerto in do è una grande pagina compiuta, esaltata dal pianismo di un solista quale Andrea Lucchesini.

L'articolazione chiarissima, l'utilizzo del pedale a impreziosire cantabilità felpate, la padronanza suprema del fraseggio, unite a una cura del contrasto dinamico (esemplare nell'ampia cadenza), soffiano a tratti una lievissima brezza di malinconia dietro la salda facciata del discorso sinfonico. Anche nel conclusivo rondò, Allegro scherzando, un poco rallentato rispetto alla prassi di molti virtuosi, si fa strada un sottile fascino timbrico, che illumina di inediti chiaroscuri il gioco dei rimandi tematici, rendendo la visione beethoveniana del pianista toscano una delle più convincenti che ci sia stato dato recentemente di ascoltare. Un passo oltre, e lo Schubert del bis (l'Improvviso op. 142 n. 2 in la bemolle maggiore) ha già il sapore di un viaggio verso metafisici, ultraterreni approdi.

L'inestinguibile empito creativo del genio di Bonn, evidente fin dall'ouvertureKönig Stephan op. 117 (1812) eseguita come primo brano, è plasmato dal podio in una trama intensa e compatta di tutti i gruppi strumentali, che non disdegna una concitata brillantezza nei passaggi più veloci.


Alberto Ponti