La Stampa

Sat 31 May 2008

Lucchesini, un gioco di specchi tra '700 e '900

...ha testimoniato la profondità della sua lettura, bastava sentire il significato delle voci secondarie; ma tutto qui era significativo, con accenti e finezze del più alto stile. Ancora Chopin e Schubert dopo i vivissimi applausi. Anche sull'arte di fare un programma il concerto di Andrea Lucchesini per l'Unione Musicale poteva insegnare molte cose; durata a misura di un'attenzione che non vuole perdere una nota, pagine che si sentono poco e pagine che non si sentono mai abbastanza, e sopra tutto audace novità di accostamenti, tale da fare «numero» per se stessa: come il confronto ravvicinato fra il Domenico Scarlatti della Sonate e il Berio degli Encores, cioè bis da suonare fuori programma, un gioco di specchi fra ’700 e ’900 che il pubblico ha mostrato di seguire con coinvolgente diletto.

Difficile dire dove fosse il legame di un intreccio che all'ascolto funzionava così bene; forse il punto di contatto, fra tante cose diverse, è da vedere nell'unicità del timbro, nella presenza della nota singola, centrata in quel punto preciso della tastiera e con quel tipo di attacco, o forse ancora più nella maestrìa del pianista nel tenere tutto in un carattere non espressivo, anzi ermetico, pur nella scintillante varietà dei colori; a parte che per la Sonata scarlattiana K 146 il nome Feuerklavier dell'Encore di Berio sentito subito prima si adattava alla perfezione, con il fuoco crepitante delle sue invenzioni.

Nei quattro stupendi Improvvisi di Schubert op. 90 Schumann vedeva i quattro movimenti di una grande Sonata; così, compresi nella linea di una classica armonia, pareva intenderli Lucchesini che già nel primo brano, il più complesso di tutti, ha testimoniato la profondità della sua lettura, bastava sentire il significato delle voci secondarie; ma tutto qui era significativo, con accenti e finezze del più alto stile. Ancora Chopin e Schubert dopo i vivissimi applausi.
Giorgio Pestelli