Messaggero Veneto

Mon 12 Jan 2009

Buchbinder, evento di vertice al Bon

[...] la sua inarrivabile capacità di comunicare, di rendere udibile un’architettura senza sconfinare dai suoi rigidi canoni é [...] fanno del pianista austriaco un modello a cui mirare.Il cartellone della Fondazione Luigi Bon ha realizzato uno degli eventi di vertice nella sua lunga attività organizzativa in campo concertistico grazie alla programmazione del recital del pianista Rudolf Buchbinder, tra i più eminenti rappresentanti, ancora in piena attività, della splendida civiltà pianistica viennese, di quella Vienna che in tenerissima età lo ha musicalmente formato, instillandogli nelle vene una devozione incrollabile verso gli astri che hanno costellato il suo splendido cammino artistico. Il programma del concerto non lascia dubbi, tre pietre miliari scaturite da quella civiltà, autentici emblemi di mature certezze formali nella Sonata fa maggiore Hob. XXIII di Franz Joseph Haydn, di inesausti ardori giovanili nella Sonata in do maggiore op. 2 n. 3 di Ludwig van Beethoven e di trasognato esplorare e compendiare nella Sonata in si bemolle maggiore D. 960 di un Franz Schubert morente. Inutile sottolineare come invano si cercherebbero in Buchbinder impalpabili sfumature timbriche o facili concessioni a morbidezze agogiche di tanta letteratura ottocentesca. La sua visione interpretativa è severa, intaglia diamanti puri da una letteratura pianistica ancora non presaga degli estenuati abbandoni del Romanticismo ormai alle porte ma capace di trovare, anche nell’ambito dei naturali confini della classicità formale, ripetute occasioni per far esplodere il dettaglio strumentale assimilato dai modelli haydniani, è il caso dei granitici e temuti passaggi beethoveniani, o per ricercare, tra le pieghe delle estreme testimonianze creative schubertiane, accenti di puro dramma e di intimo, inesauribile melodizzare. Potrà, certo, il pianismo di Buchbinder apparire sin eccessivamente solido nel dogmatico approccio ai problemi puramente meccanici della tastiera, complice una razionale e semplificata strutturazione dinamica a piani sonori contrapposti e un atteggiamento esecutivo alla tastiera palesemente sorvegliato. Ne sia prova il costante affinamento nella riproposta delle rischiose terze parallele che siglano l’ op. 2 n. 3 di Beethoven. Tuttavia la sua inarrivabile capacità di comunicare, di rendere udibile un’architettura senza sconfinare dai suoi rigidi canoni e, anzi, facendo pregustare la forma classica quale paradigma assoluto di stile, privo di qualsiasi rischio di prolissità, nonostante la puntuale proposta dei ritornelli delle esposizioni sonatistiche e le smisurate dimensioni del testamento schubertiano, fanno del pianista austriaco un modello a cui mirare, nell’ambito, ben s’intende, del repertorio da lui proposto e da sempre interiormente e filologicamente approfondito. Un pianista capace, Buchbinder, nonostante le incrollabili coordinate interpretative di cui si fa portavoce, di regalare al pubblico che gremiva il teatro di Colugna, due sorprese fuori programma, le argentee filigrane dell’ Improvviso op. 90 n. 2 di Franz Schubert e le nostalgie della Vienna imperiale e del celebre Fledermaus di Johann Strauss, rivissute dal compositore praghese Alfred Grünfeld in una travolgente elaborazione pianistica, Soirée de Vienne op. 56 .
David Giovanni Leonardi