Corriere Musicale

Thu 26 May 2016

L'arte di Davide Cabassi

Il nome di Davide Cabassi non è certo ignoto a chi si interessa di cose pianisti-

che e ha seguito l’ex ragazzo prodigio attraverso le fasi di una giovinezza che lo ha visto tra i vincitori del Concorso Van Cliburn nel 2005. L’attività didattica alla quale Cabassi si è dedicato negli ultimi anni gli ha procurato soddisfazioni notevo- lissime: un lavoro svolto con passione che è stato premiato dai successi che vanno incontrando nuove generazioni di solisti come Luca Buratto, Emanuele Delucchi, Alberto Chines formati alla sua scuola. Altrettante soddisfazioni gli sono certo arri- vate attraverso il seguito avuto dalle diverse iniziative culturali da lui sostenute sia a Milano che altrove, sempre all’insegna di una concezione di fare musica d’assieme con un entusiasmo davvero contagioso.

In un contesto musicale nel quale – come ovunque – vige oggi una sorta di legge della giungla che premia chi alza di più i toni della discussione, alla solerzia nel sa- crificare i propri interessi per mettere in luce i talenti altrui andrebbe affiancata pe- rò anche una buona dose di autopromozione che nel caso di Cabassi dovrebbe esse- re quasi irrinunciabile proprio perché poggia su valori incontrovertibili. Questo ci è passato per la testa ascoltando l’altra sera (il 24 maggio) un recital per la Società del Quartetto di Milano, un concerto di grande impegno che ha rivelato al pubblico an- cora una volta un talento al di sopra di ogni aspettativa, un artista che potrebbe tranquillamente competere con tante figure che a ragione o a torto vengono consi- derate far parte di un dorato star system.

Si poteva prevedere il tono della serata attraverso la lettura del programma, che affiancava due celebri pagine schumanniane nella prima parte e che nella seconda proponeva senza soluzione di continuità le poetiche e timbricamente affascinanti brevi pagine pianistiche di Castiglioni (Dulce refrigerium, del 1984) e i Quadri di un’esposizione di Musorgskij. In quest’ultimo caso il fil rouge era rappresentato da un breve corale che chiude il lavoro del compositore milanese, poi intonata dall’esecutore di un frammento de Gli Orazi e i Curiazi di Cimarosa, aggiunta dallo stesso Castiglioni) e che in altra forma è presente come momento di riflessione quasi liturgica ne La grande porta di Kiev.

Un programma raffinato che celava tra le pieghe ulteriori motivi di interesse. Cabassi ha narrato le Kinderszenen di Schumann come se fossimo in presenza di un arco di eventi che si svolge dal mattino alla sera nella vita di un fanciullo: da qui la velocità sostenuta, il piglio più vivace del solito dei primi numeri per poi ripiegare su un’espressività più intima e trasognata via via che trascorre il tempo, fino ad ar- rivare a una concezione degli ultimi come se si trattasse di sogni del bambino che si addormenta, come del resto recita il dodicesimo pezzo Kind im Einschlummern. Sogni che possono essere sia angosciosi che sereni e che sono stati sempre cantati sottovoce con un’arte del tocco davvero superba.

D’altro canto il difficilissimo Carnaval veniva eseguito con una padronanza tecnica e stilistica assoluta e ancora nei Quadri di un’esposizione si procedeva con una attenzione tutta particolare al timbro, senza mai forzare la mano per ottenere i volumi di suono esagerati che rientrano negli obiettivi della maggior parte dei pianisti che affrontano questo singolare elemento del repertorio ottocentesco russo. Raramente si sono ascoltate in pubblico le ultime pagine del capolavoro di Musorgskij risolte con così grande intelligenza e veicolate attraverso sonorità corpose ma mai aggressive. Il pubblico, non numeroso, del Quartetto è stato letteralmente rapito dalla personalità del pianista, che è stato capace di alzare il livello dell’attenzione in maniera sempre crescente fino ai bis finali (una sonata di Soler, che crediamo rappresenti per Cabassi come una sorta di talismano, e la trascrizione di Keith Jarrett del popo- larissimo Over the rainbow).


Luca Chierici