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Mon 21 Mar 2016

Davide Cabassi a Vercelli

Il pianista Davide Cabassi è tornato ieri sera, 19 marzo, in quel Teatro Civico di Vercelli ove, sedici anni or sono, ottenne uno dei primi importanti riconoscimenti della sua carriera, il premio al Concorso Viotti, prima della definitiva consacrazione con un prestigioso piazzamento al Van Cliburn del 2005. E a Vercelli Cabassi è tornato per concludere l’integrale dei cinque concerti per pianoforte e orchestra di L. van Beethoven, clou dell’odierna stagione del Viotti Festival. Accompagnato naturalmente dalla Camerata Ducale guidata da G. Rimonda, Cabassi era chiamato ad eseguire il Concerto n.2 in Si bem. Maggiore op.19 (in realtà il primo ad essere composto dal Grande di Bonn) e il più popolare dei cinque, il conclusivo “Imperatore”, in Sol maggiore op.73. Il Cabassi da noi ascoltato ieri sera è un pianista dotato di tre grandi qualità: una tecnica semplicemente strepitosa, capace di affrontare i passaggi armonici e agogici più ardui della partitura con esattezza geometrica e luminosa trasparenza di suono; la capacità di adattare fraseggio e tocco ai diversi registri timbrico-dinamici della partitura, con una varietà di colori, di atmosfere, di volume di suono che avvincono l’ascoltatore dall’inizio alla fine dell’esecuzione; la scrupolosa precisione esecutiva, spinta sino al minimo dettaglio, che ha indotto il pianista milanese, a partire dallo scorso anno, ad una pratica oggi poco diffusa, quella di suonare con lo spartito sul leggio. Nella sua bella lezione introduttiva, che ha preceduto il concerto, il musicologo Attilio Piovano ha parlato di “dita preziose” di Cabassi: mai definizione è stata più calzante. Queste virtù di Cabassi sono apparse evidenti già dall’esordio, il concerto n.2, dall’equilibrio, non facile da rendere nell’interpretazione, tra residui di stile galante e nuova energia già di inconfondibile sapore beethoveniano, con momenti di alto virtuosismo (specie nel primo tempo). Il fraseggio di Cabassi cesella con raffinata cura delle sfumature la plastica frase preludiante con cui il pianoforte s’introduce nell’esposizione del primo tempo, il respiro lirico del tema dell’Adagio, con scelta ottimale dei tempi, infine il colore brillante del ritornello del Rondò finale. Molto bella l’interpretazione dell’Imperatore. In questo concerto, com’è noto, il compito del pianoforte non è tanto quello di ‘competere’ con l’orchestra, ma semmai di collaborare con essa, affermandosi come l’elemento principale dell’immagine sonora, di magniloquente grandiosità. E a questo punto un elogio è dovuto anche alla Camerata e alla direzione di Rimonda, che ha sempre tenuto saldamente in pugno un dialogo perfettamente calibrato con il solista, con sapiente stacco dei tempi e controllo delle linee strumentali. Le “dita preziose” di Cabassi hanno dato voce ad un Beethoven piuttosto che ‘marziale’, come si usa dire del primo tempo del concerto, di virile fermezza, con il meraviglioso momento di ripiegamento interiore dell’Adagio un poco mosso centrale, ove la cantabilità del tema affidato al pianoforte è stata di una intimità e di una purezza da incanto, seguita dal pubblico con un silenzio quasi religioso (non si udiva un colpo di tosse, un raschio di gola, un gorgogliar di nasi, un accartocciarsi di confezioni di caramelle, consueto e spiacevolissimo controcanto nelle nostre sale da concerto…). Il festoso rondò finale suggellava, nella gioia del fare e ascoltare musica un concerto di alta qualità esecutiva, salutato da lunghissimi applausi per solista e orchestra. Cabassi ha concesso un bis: una sonata di Padre Soler, una di quelle più vicine al modello del sonatismo di Scarlatti, che fu suo maestro e ricca di passaggi di impegnativo virtuosismo. Serata degna di essere ricordata a lungo.

 

 


Cesare Guzzardella