Il Sole 24 Ore

Mon 28 May 2012

Un sublime David Garrett

L'Orchestra Verdi ha ospitato all'Auditorium di Milano, per il concerto n.34 della sua stagione sinfonica 2011-2012 diretto dal texano John Axelrod, il violinista tedesco-americano David Garrett. Questo fortunato mortale di 31 anni è alto, bello, asciutto e con il suo incantevole violino Stradivari sa suonare divinamente qualunque cosa: i televeggenti più assidui ricordano la sua presenza al recente festival di Sanremo («è pure legittimo divertirsi suonando con i Nirvana», dice). I suoi due ultimi cd sono Rock Symphonies e Legacy per Decca. Nel primo si sbizzarrisce anche a rockizzare alcune partiture classiche con tecnica impeccabile (e con qualche esito discutibile); nel secondo offre un'interpretazione di rara bellezza del Concerto per violino e orchestra op.61 di Beethoven con la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Ion Marin. Per intenderci meglio, Garrett è molto apprezzato da direttori quali Daniel Barenboim e Zubin Mehta, e comunque da qualche tempo è tornato a dedicarsi ai maggiori compositori accademici. Per Milano ha scelto il Concerto per violino e orchestra op.26 di Max Bruch che – dice sempre lui – «è un superclassico con un Adagio superbo e un Allegro dove il violino dialoga con tutti gli altri strumenti».

Bene, la cronaca è questa. Garrett entra in palcoscenico con giacca scura sportiva aperta, maglietta bianca girocollo con disegno o ritratto pettorale indecifrabile, calzoni jeans blu notte forse di velluto, stivaletti di camoscio. I capelli sono biondi ossigenati con breve coda di cavallo, altre volte li rammento quasi neri. Nel pubblico, contrariamente al solito, si notano molti giovani e l'applauso di sortita è fresco di entusiasmo. Il Bruch di Garrett (e di Axelrod) è un po' accentuato ma sublime, metà per merito dello Stradivari e metà per via della cavata superba di Garrett, dolce o vigorosa dove occorre. Alla fine l'ovazione scuote la sala, applaudono anche il direttore e i professori dell'orchestra, mai visto niente di simile all'Auditorium. Garrett concede tre bis ma i giovani ne vorrebbero altri, poi scende per firmare i suoi dischi quasi in stato d'assedio. C'è dunque speranza per la musica «forte», come la chiama il musicologo Quirino Principe.