Il Mattino

Fri 15 Feb 2008

Il pianista Rafal Blechacz al San Carlo

...momenti di indiscutibile brillantezza: il preludio n.15 di Chopin, noto a tutti come «Goccia d’acqua», viene addirittura salutato da un applauso intempestivo ed irrituale, che spezza il lungo percorso chopiniano.Partiamo da un presupposto: un pianista che (stra)vince lo «Chopin» a venti anni e che a ventuno suona con il Kirov e Gergiev, prima di intraprendere una serie fittissima di recital nelle sale più importanti del mondo, deve essere non meno che bravo.

Come Rafal Blechacz, appunto. Polacco, classe 1985, il ragazzo ha comunque davanti a sé margini ancora importanti di crescita...

...La sua performance al San Carlo di lunedì scorso rivela doti tecniche ragguardevoli...

...Così i ventiquattro Preludi dell’opera 28 di Chopin scorrono senza imbarazzi, quasi domati dalla gratificante sfrontatezza del solista, ma pure omologati, in qualche maniera, da una visione non prodiga di soluzioni stilistiche.

Il che non vale a dissimulare, comunque, vari momenti di indiscutibile brillantezza: il preludio n.15, noto a tutti come «Goccia d’acqua», durante il primo concerto di domenica pomeriggio viene addirittura salutato da un applauso intempestivo ed irrituale, che spezza il lungo percorso chopiniano.

L’uso dei pedali sembra connettersi all’intenzione di ricavare un colore unico e riconoscibile, più che una reale vivacità narrativa: è una scelta che, condotta consapevolmente, sottintende coraggio.

Con Debussy («Estampes»), Blechacz si confronta con l’esigenza di definire un suono bello e sfalsato, senza tuttavia cogliere l’obiettivo fino in fondo e, forse, senza porselo completamente, più attratto dalla prospettiva di illuminare il gioco contrappuntistico della partitura, quasi distillata con una lucidità degna di nota.

Non meno interessante, poi, la proposta delle Variazioni in Si bemolle minore di Szymanowski, che si giova della solidità di lettura esibita dal giovane pianista ...

...Due i bis, tra gli applausi calorosi: prima Chopin, poi Moszkowski, con un pezzo di bravura caro - e scusate se è poco - a Vladimir Horowitz.
Stefano Valanzuolo