La Gazzetta di Parma

Wed 11 May 2011

La Quinta di Mahler e l'autorevolezza di John Axelrod

Prova ammirevole della «Toscanini» guidata dall'eccellente direttore statunitense.
A regolare le ampie, tormentate campate di questo racconto è stato John Axelrod, direttore di ben riconoscibile consapevolezza e di sicura autorevolezza a giudicare dalla risposta davvero importante che ha ottenuto dalla nostra compagine...Musica che racconta se stessa, si è detto di questa Quinta Sinfonia di Mahler che l’altra sera è stata proposta con grande energia e con coinvolgente intensità da John Axelrod alla guida della Filarmonica «Toscanini»; un’occasione rara per avvicinarci a questo capolavoro che rappresenta l’arco di volta della produzione mahleriana, anche per la sua centralità cronologica in cui sembrano decantati i fantasmi evocativi delle prime quattro Sinfonie; la musica si fa più diretta, “racconta se stessa”, appunto, ed è un racconto drammatico, lungo, straziante, solo a pensare che inizia con una marcia funebre, tetra e incombente, seguita da un tempestoso movimento che di quella marcia conserva, ineliminabile, la traccia. Mahler tenta di rimuovere tale oppressione imponendo alla fine di questo secondo movimento una «Grande pausa», come a scrollarsi di dosso tanta infelicità per sbrigliarsi verso una meta positiva, illusoria quanto mai nell’intreccio vorticoso di memorie e di sussulti; illusoria anche la bellezza di quell'Adagietto che verrà ben presto deformata nella stretta di un finale la cui ottimistica affermatività ricalcata dai «Maestri cantori» non fuga il senso della disfatta.

A regolare le ampie, tormentate campate di questo racconto è stato John Axelrod, direttore di ben riconoscibile consapevolezza e di sicura autorevolezza a giudicare dalla risposta davvero importante che ha ottenuto dalla nostra compagine, alle prese con una scrittura orchestrale come quella di Mahler - che è stato un grandissimo direttore – che mette alla prova l’impegno solistico, non solo per le singole sortite (come quella assai lodevole del primo corno Ettore Contavalli) ma per l’adesione ad un tipo di visione timbrica corrispondente al predominio del contrappunto sull'armonia, dove perciò l’unità dell’assieme non deve mai oscurare la chiarezza del tracciato. Impegno certamente problematico dei nostri esecutori e di Axelrod nel realizzare tale convergenza d’intenti che consentisse al grande flusso sonoro di scorrere con una sua coerenza, pur nella limitazione di una condizione acustica particolarmente avvertibile in rapporto ad una partitura come quella della Quinta nel cui organico la presenza degli ottoni è preminente.

Da qui anche la sensazione che il ben riconoscibile raggiungimento di un approdo tanto arduo come quello di assicurare la continuità di una tensione tanto prolungata entro il sussultare degli scarti emotivi, proprio della sensibilità mahleriana, abbia reso meno avvertibile quel gioco sottile che si intreccia, specie nello Scherzo, il più complesso dei cinque movimenti, tra affioramenti della memoria (il trascolorare di fugaci autocitazioni) e aspri, graffianti mutamenti d’umore, sintomo di quel malessere che fa di Mahler uno dei testimoni più originali e inquietanti della nostra “crisi”. Ma tale osservazione è marginale rispetto ad un risultato oltremodo positivo, frutto di un lavoro che il pubblico ha riconosciuto e premiato con insistenti applausi all’eccellente Axelrod e ai bravi esecutori.


Gian Paolo Minardi