Il Sole 24 Ore - Domenica

Sun 8 Feb 2009

L'araldo Maurizio

Pollini conquista il pubblico milanese col primo di sei concerti che accostano classici e contemporanei. E assieme al Tristano di Barenboim, la Scala primeggia nel mondo.Maurizio Pollini ne ha fatto una bandiera: i classici non possono stare senza il presente, Beethoven non vive senza Boulez. O meglio: vive. Ma dal confronto di scritture diverse la nostra sensibilità esce arricchita, dall'accostamento la storia più completa. Il passo di Pollini è però sempre di rigorosa aristocrazia: non c'è la trasgressione gratuita, il moto a effetto. La severità è anche una forma di ascesi, di autodisciplina. Il suo pianoforte, così perfetto, specchio di una mente lucidissima e in costante tensione emotiva, non ha mai nulla di edonistico, compiaciuto. Pollini è l'araldo della musica contemporanea. Ma la perfezione con cui la restituisce la affranca da ogni fragilità del presente. Perché l'attitudine dell'interprete
è identica: la stessa verso due Sonate di
Beethoven, La tempesta e Appassionata, o verso la Seconda Sonata di Pierre Boulez, proposta per la terza volta (1978, 2000) in Scala. Temporalmente le pagine distano un secolo e mezzo. Ma per il pianista non esiste un prima o un poi. Così l'Ottocento di Beethoven non ha nulla di scontato, ogni dettaglio viene radicalizzato. Le due composizioni, dello stile "di mezzo", sono spinte a gesti espressivi di impensata novità. Mentre il Boulez ventiquattrenne, del 1946-48, contestatore iconoclasta, esce oggi come uno sfaccettato cristallo: grappoli di suono senza tregua, mischiati in un alambicco matematico.
Crede tanto nella severità dell'arte Pollini, un po' da vecchio comunista, un po' da antico milanese, che la tenacia gli conferisce un aspetto fanciullesco. Sembra davvero un marziano, oggi. Si affaccia sempre al palcoscenico timidissimo, quasi scusandosi. Siede e non sistema nemmeno le code del frac (rialza invece un poco la piega dei calzoni, con eleganza retrò). Poi però appena attacca il primo arpeggio della op. 31 n.2, è subito chiaro che nella Sonata non ci sarà alcuna nota non strutturale. La sonorità è passionale, la velocità incalzante - e lo sarà nell'ultimo tempo della Tempesta, così come nel finale della Appassionata - la sfida costruttiva del linguaggio modernissima. Suona ancora più moderno Beethoven, perché lo conosciamo troppo bene, in versioni più mansuete. In Boulez impressiona la perfezione, la memoria(tutto a memoria, 30 minuti mostruosi), il pianoforte che doma la scrittura incandescente, nelle mille faville. E stupendo il cambio di sonorità dello strumento, reinventato con una ricchezza e fantasia magistrale. Ma il prodigio, sul piano strettamente sonoro, arriva quando dopo le rabbiosità beethoveniane e le chiarezze di Boulez, Pollini attacca in bis Debussy, La Cathédrale engloutie: stupefacente per sontuosità timbrica, il pianoforte si è di nuovo cambiato abito, trasformandosi in orchestra.
Trionfo in Scala. Pubblico in tensione spasmodica, col silenzio che sì taglia a fette in Beethoven. Qualche colpo di tosse e un lancio di applauso in anticipo in Boulez. Ma consenso totale. Riconoscente. Ammirato. Il «Progetto Pollini» approda a Milano con un programma in sei concerti forse più bello dei precedenti all'estero, Salzburg, Tokio, New York e Roma, Santa Cecilia (due volte). Ha la gemma del «Ben temperato» Bach al centro, ha molto più pianoforte e gli accostamenti classico-contemporaneo perfetti. Il ciclo è proposto in parallelo, più o meno identico, a Parigi, salle Pleyel. L'unica differenza è che lì i biglietti a buon mercato on line si trovano. Ma questa, col Novecento di Pollini e col Tristano più intenso che mai di Barenboim, è una settimana straordinaria: stacca la Scala dai teatri d'Italia, e la mette a livello dei primi nel mondo.
Carla Moreni