L'Eco di Bergamo

Sun 1 Feb 2009

Un fuoriclasse porta il Quartetto oltre la tradizione

Enrico Dindo trascina il pubblico dell'auditorium nella doppia veste di violoncellista e direttore.

Come facilmente prevedibile, Enrico Dindo è stato il mattatore del concerto d'apertura della 105" Stagione concertistica della Società del Quartetto di Bergamo. Il noto violoncellista torinese ha tenuto banco all'audìtorium di Piazza della Libertà come solista, direttore d'orchestra essenziale e grintoso, o anche
— cosa meno prevedibile - come efficace guida verbale alle musiche in programma.
Alla fine è risuliato diffìcile distinguere le tre componenti della proposta: il solista-direttore, la sua Orchestra Mai forse come in questa occasione il concerto è servito a rammentarci che il violoncello, più di ogni altro tra gli archi, rammenta e si può sovrapporre perfettamente alla voce umana. Questo non soltanto perché sa esprimere con calore e pienezza il canto, ma perché alle sue quattro corde si possono chiedere e affidare espressioni e caratteri linguistici a tutto campo. Proprio come la voce umana, si può comunicare impiegando un infinito spettro di inflessioni: prosaiche, epiche o semplicemente liriche.
E proprio in questa prospetiva il concerto di Dindo è stato esemplare: a partire dal raro, ma struggente intimismo di «Klid» ai Dvorak: un brano naturalistico arrivato al numeroso pubblico del Quartetto (con una positiva quota di giovanissimi ragazzi), dopo il passaggio dalla versione originale, per piano, poi quella orchestrale di Dvorak e infine dello stesso Dindo per adeguarlo a un'orchestra di soli archi. Un brano in cui la nota felicità melodica del compositore ceco confluisce in un dolce paesaggio, tra sfuggenti nebbie dì malinconia.
Oppure nell'estro - il termine ci sta proprio - di Vivaldi, che nel Concerto Rv 414 ha alternato veri e propri duetti tra violoncelli - (il solista e in orchestra), ed esuberanze tecniche, che Dindo ha guidato con giocosa varietà di dinamiche, divertendosi tra parti a pieno volume e altre in eco.
Altre due perle, diverse ma simili nella «trasversalità» linguistica, sono state il celebre tango lento «Oblivion» di Piazzolla - che Dindo e compagni hanno reso al meglio nella sua essenza, una contabilità appassionata, lenta, ed avvolgente - e «Twin legends» del marchigiano Roberto Molinelli, che molto deve al linguaggio sincopato di Gerswhin e del Bernstein versante musical. Forse però il pezzo più sorprendente è stata la nota «Serenata per archi» di Ciaikoski: un'interpretazione densa e lussureggiante: sia nelle melodie più appassionate, sia nelle leggerezze dei pizzicati, nella discrezione delle mezze tinte, rese con ammevole e coinvolgente intensità dai Solisti di Pavia.
Nel suo saluto il presidente Luigi Rosa ha accennato a un costruendo «blog» sul sito del Quartetto, conseguenza di una felice riflessione: «La musica ascoltata dal vivo è esperienza intima e tendenzialmente isolante, ma compiuta in un contesto sociale diventa un forte collante intersoggettivo».