L'Eco di Bergamo

Wed 7 Mar 2007

Carismatico Dindo, violoncello doc alla testa dei Solisti di Pavia

...sottolineiamo solo qualcosa: la caparbietà della sua cavata di rara pienezza e vigore, l'agilità scintillante, la brillantezza dei suoni acuti, il fraseggiare fluente e carismatico. Quella di Enrico Dindo e dei Solisti di Pavia è una parabola esemplare. O meglio, è un modello concertistico lucidamente e limpidamente perseguito.

L'orchestra da camera guidata dal celebre violoncellista torinese è stata protagonista del concerto fin qui più interessante - assieme a quello del violonista russo Malov - della 103° stagione concertistica della Società del Quartetto di Bergamo. Non solo per la bravura che in certo modo possiamo considerare scontata dello stesso Dindo, ma proprio per la proposta del suo complesso.

Di Dindo violoncellista, non nuovo per il pubblico bergamasco, sottolineiamo solo qualcosa: la caparbietà della sua cavata di rara pienezza e vigore, l'agilità scintillante, la brillantezza dei suoni acuti, il fraseggiare fluente e carismatico.

L'intesnità della sua visione musicale era per altro trasmessa alla ventina di giovani archi che lo seguivano con duttilità e affiatamento istintivo. Sulla scorta del classicismo di Haydn, il concerto proseguiva con il sorprendenre Mendelssohn ancora ragazzo, con la sinfonia n°2: uno di quei piccoli gioielli di compattezza e coerenza musicale, in cui le idee sgorgano con rara naturalezza. Anche il patetismo del tempo centrale, era reso ancor più pregnante da un soffio di leggerezza, come se un dolore intenso fosse addolcito dalla veste esteriore di eleganza.

I Solisti di Pavia dimostravano già con i due tedeschi - per quanto intrisi entrambi di italianità - una duttilità di dinamiche eccezionale, assecondando il Dindo direttore anche oltre quanto non si intuisse dal suo gesto. Ma la lezione di "italianità", se così possiamo dire, arrivava con pienezza con i due autori novecenteschi proposti nella seconda parte: il Roberto Molinelli (classe 1963) delle Twin Legends per violoncello e archi e il concerto per archi di Nino Rota.

Nel primo la scioltezza propria delle colonne sonore, il cadenzare virtuoso del cello e il ritmo sincopato sudafricano di reminiscenza piazzolliana dava luogo a una pagina amabile e fascinosa, indubbiamente efficace e ben scritta. Nino Rota invece, carico di ironia inquieta e slanci gagliardi, si propone sempre più come uno degli autori più fecondi e interessanti del XX secolo e non solo italiano. In fondo, forse questo volevano ricordarci Dindo e i suoi amici: la scuola d'archi non è stata appannaggio, fin dalla sua nascita della nostra Italia? Non dimentichiamolo.
Bernardino Zappa