La Stampa

Sun 12 Nov 2006

Enrico Dindo alle prese con il Concerto di Dvorák

Dal morbidissimo strumento di Francesco Ruggeri del 1692, Dindo trae suoni di particolare dolcezza. Il suo stile è cameristico, confidenziale, quasi segreto nella morbidezza del timbro, nella fluidità del legato e delle sfumature di suono e fraseggio. Pubblico più folto del solito, l'altra sera, nell'Auditorium Rai per ascoltare il violoncellista Enrico Dindo alle prese con il Concerto di Dvorák.

Dal morbidissimo strumento di Francesco Ruggeri del 1692, Dindo trae suoni di particolare dolcezza. Il suo stile è cameristico, confidenziale, quasi segreto nella morbidezza del timbro, nella fluidità del legato e delle sfumature di suono e fraseggio. Un bel modo di affermare la cantabilità del violoncello, la sua personalità affettuosa, in contrapposizione con l'idea di farne un personaggio sinfonico, aggressivo e istrionico, che oggi ha, nel panorama concertistico internazionale, alcuni rappresentanti famosi.

Così, ascoltare il Concerto di Dvoràk è stato un piacere. Mentre sul podio Dimitrij Kitaenko sembrava calcare sugli aspetti appassionati ed epici, Dindo non perdeva occasione per raccogliere il canto, stirarlo in frasi di struggente intensità, ombreggiarlo nel chiaroscuro di una cavata leggera, non troppo sonora, ma ricca di poesia.

Grandi applausi lo hanno accolto alla fine, e il violoncellista ha risposto, fuori programma, con una Sarabanda di Bach...
Paolo Gallarati