Il Giornale dell'Umbria

Wed 12 Nov 2008

Un quartetto di giovani solisti al Morlacchi.

[...]i quattro virtuosi trovano la confacente forma espositiva per penetrare nell'insieme di piacevolezze di estenuantte bellezza.Un concerto al teatro Morlacchi con quattro solisti titolati che hanno vinto premi da riempire un intero bancone della fiera dei Morti. A vederli in pedana sembrano tutti ragazzi della prima Liceo, a parte il pianista che potrebbe essere il loro ancor giovane professore di storia. Un concerto impaginato in maniera del tutto originale, atteso per una serata degli "Amici della musica" letteralmente dispersi nei freddi silenzi del civico del Verzaro. La coincidenza con Umbria Libri, prevista per tempo, ha consigliato l'evaquazione dalla sala dei Notati. Che comunque sarebbe stata appena suffiente per contenere una quantità di ascoltatori che è più che soddisfacente, indizio, come sempre, di un organico, consolidato rapporto tra società e abbonati. Si consuma ancora una volta l'immersione in quelle fonti della musica da camera, che sono pur sempre il nucleo fondante del sodalizio: per una formazione come quella del Quartetto pianoforte-archi si deve contare, data l'assenza di complessi specialistici, sull'assemblaggio di musicisti esperti e disponibili, che magari, poi, alla resa dei conti, suonano con più entusiasmo e più curiosità di un complesso strutturato. Qui si ha a che fare coi famosi fratelli Capuçon, violino e violoncello "glamour" che dialogano con la eccezionale viola di Antoine Tamestit, musicista dalla cavata timbricamenre profonda, con un arco disponibile anche al cesello prezioso. Resta dal dire del pianoforte di Nicholas Angelich, slivellato per età, si diceva, ed aggregato a questi giovani con vera pazienza. Per un pianista abituato a proporre ìntegrali di Liszt e a suonare l'Imperatore di Beethoven a New York e il secondo di Brahms in Giappone, questo ruolo di padre nobile è solo indizio di quella straordinaria umiltà che sa mostrare un grande pianista quando si fa occasionale camerista. Quel che affascina è come un prodotto di agenzie internazionali, alla prova dei fatti possa funzionare al di là del sacro fuoco dell'arte, in una perferta simbiosi tecnologica. Che non mostra segni di fatica, che non fa sentire il sudore, e può anche peccare un po' di superficialità, ma che mostra i risultali di una tecnologia semplicemente avvincente. Ci riferiamo non tanto al pezzo di esordio, il Tempo di Quartetto di un Malher di Conservatorio che ora più che mai è sulla cresta dell'onda discendente, proprio mentre si riafferma la indeflettibile versatilità del suo antagonista Puccini. E' sul Quartetto op. 15 di Faurè, il musicista proustiano per eccellenza, che la sostanziale neutralità interpretativa del quartetto trova la sua focalizzazione. Suonando una musica più che preziosa, tutta esteticamente concentrata in uno sguardo all'indietro, un languoroso sospiro che il tempo si fermi là dove le nostre nonne filavano la lana, che i quattro virtuosi trovano la confacente forma espositiva per penetrare nell'insieme di piacevolezze di estenuantte bellezza. In particolare nell'Adagio esposto in terza posizione, dopo che nello Scherzo il pianista si era divertito a spazzolare la tastiera di cascate di arpeggi innocui come una pioggerella di primavera. E' qui che è emersa la compostezza di questo violista Tamestit, una voce intorno a cui si è coagulato il sentire sensibile dei colleghi, tutti invitati a una conversazione sulla fantasticheria, sull'evocazione, sulla fantasmatica associazione di immagini del sogno e del ricordo. Grande Faurè nel trobadorico di una musica assolutamente riservata al godimento di pochi, per quanto pacchiano e accademicamente tronfio può sembrare nel confronto, il quartetto op. 25 di Brahms. Serve a chiudere tra gli applausi, ma sarebbe stato meglio invertire la posizione col maestro francese. Un dolce al bergamotto deve essere servito dopo la costata di manzo e non prima. Il pubblico è soddisfatto, applaude, ma ai cameristì festeggiati manca lo stimolo per un bis, proprio per questo dislivello.