Gazzetta di Parma

Thu 5 Feb 2009

Quartetto Hagen sinonimo di bellezza e felicità musicale.

[...] nel segno della bellezza e della felicità musicale quali l'ormai glorioso quartetto di Salisburgo sa come poche altre formazioni suscitare.Hagen, nulla a che fare col tetro, nefasto «figlio del nibelungo» con cui si apre «Il, Crepuscolo degli dei»: se mai l'omonimìa sembra operare uno straordinario riscatto, nel segno della bellezza e della felicità musicale quali l'ormai glorioso quartetto di Salisburgo sa come poche altre formazioni suscitare.
Sensazioni ineffabili dì cui ha potuto godere chi era presente martedì sera all'Auditorium Paganini, guidato magari dall'immaginazione nel trasformare la fredda struttura, musicalmente ottusa, nel salone di un grande palazzo viennese, luogo deputato per la conversazione quartettistica.
Gioco immaginario, appunto, reso possibile dalla avvincente qualità dell'eloquenza dei quattro, nel fluire di uno stesso suono tra le singole voci senza che ognuna, partecipe di questa unità, cedesse il proprio carattere; soprattutto il primo violino, vero e proprio «leader» per l'autorevolezza strumentale e musicale, ma pur sempre «primus ìnter pares» nell'assicurare la coerenza fonica e di questa avvolgente morbidezza - davvero una vellutata col piccantino - frutto della rara convergenza d'intenti.
Una guida esemplare anche per il viaggio disegnato dal programma, ricco di stimoli nei suoi vari riferimenti: a partire dal richiamo ai due compositori, Haydn e Mendelssohn, di cui quest'anno si celebra la ricorrenza, accostamento reso oltremodo rivelatore dall'intelligenza interpretativa dei quattro dell'Hagen; nel segno, potremmo dire, del grande assente Beethoven che la lezione haydinìana ha assorbito attraverso i pori della sua impareggiabile genialità e che a sua volta ha offerto un imprescindibile modello ad un giovane Mendelssohn già animato da sottilissimi, inconfondibili fremiti fantastici.
Un Haydn svelato in tutta la ricchezza delle sue intenzioni quello offerto dall'Hagen, con l'affabilità del tono dichiarativo screziata da quei tocchi di un umorismo (la fragranza rusticale del Trio del Minuetto, coi suoi sforzati e l'allusione a una sonorità popolaresca! ) - che troverà echi più ruvidi in Beethoven.
E pure il Mendebsohn (diciottenne) del Quartetto in la minore è stato filtrato con quella naturalezza che pareva riassumere in una stupefacente originalità debiti e crediti, sempre ricordando che gli spiriti sottili che improvvisamente si levano dal compunto discorrere con la leggerezza degli elfi il musicista li aveva già evocati due anni prima nel supremo incanto dell'ou¬verture del «Sogno di una notte di mezza estate».
Beethoven ancora presente in incognito, ci hanno ben fatto intenderei magnifici esecutori, nel terzo Quartetto di Bartok con un'esecuzione di raro equilibrio, proprio nell'intento di mettere a fuoco la qualità e l'organicità di un tessuto, segno della lezione beethoveniana, del resto dichiarata dall'autore, e quindi di dare un senso di profonda autenticità tanto alle ragioni di quella inedita ardimentosa strumentalità quanto a quegli sfrenamenti ritmici che molte interpretazioni tendono ad esasperare, a rischio di fraintendere il messaggio poetico del grande musicista ungherese.
Sospinti dai calorosi applausi i quattro interpreti salisburghesi non potevano prendere commiato senza ricordare il loro più illustre concittadino, di cui hanno offerto una tenerissima pagina da un Quartetto giovanile.