Il Gazzettino

Thu 5 Feb 2009

L'immacolato classicismo del Quaretto hagen, da Beethoven a Bartok.

L'esecuzione è di uno stupefacente rigore, con il canto che illumina le strutture musicali. Un esempio esecutivo da antologia quartettistica è il Trio dello Scherzo, ...Il punto di forza della Società veneziana di concerti è la costante attenzione ai maggiori quartetti contemporanei. Paolo Cossato nell'attuale stagione ha invitato ben sei complessi diversi con programmi dai singolari percorsi conoscitivi. Oggi più che mai è necessario contestare le mode effìmere e conservare gli aspetti persino dogmatici della tradizione concertistica.
Alla Fenice ritorna l'immacolato Quartetto Hagen, che sembra evocare la lezione del Quartetto Pro Arte, il mitico complesso belga, massimo interprete classicista del pensiero viennese tra le due guerre. Anche lo Hagen nel Quartetto op. 18 n. 5 di Beethoven esalta i caratteri settecenteschi, con uno sguardo rivolto a Haydn e a Mozart nel rispetto delle più recenti ricerche filologiche. Non ricorre però a prassi esecutive d'epoca, a dimostrazione che la fedeltà alle fonti si attua anche con strumenti moderni: ciò che conta è il pensiero interpretativo al di là del suono ricostruttivo. Di qui la trasparenza e la nitidezza del cantabile senza ardori progressivi: Beethoven come incarnazione della cultura viennese radicata nel passato.
Una passione per l'avanguardia storica, ripensata in termini classicisti, si nota anche nell'esecuzione del Terzo Quartetto di Bartok del 1927. E' il momento del massimo accostamento all'espressionismo austriaco, e berghiano in particolare, del compositore ungherese, ma con una personale concezione del timbro notturno, della polifonia e delia contrazione rapsodica. Il Quartetto Hagen evita, in questo capolavoro, gli accumuli espressivi e scava il suono con limpidi fraseggi molto formalizzati: anche la voce dell'espressionismo si rispecchia nella classicità. Così persino le peripezie virtuosistiche (glissandi, tremolii, trilli) svelano una recondita, intellettuale tensione.
Infine il Quartetto in la minore op. 13 del diciottenne Mendelssohn, scritto nel 1827, pochi mesi dopo la morte di Beethoven. Non a caso il compositore amburghese rivela in quest'opera il suo amore per il grande musicista: ripensa agli ultimi quartetti, alle melodie interrotte dell'op. 95, alla Cavatina dell'op. 130, agli empiti violinistici dell'op. 132. Ma queste suggestioni sono accolte per frammenti e inserite in strutture formali tradizionali: una curiosa contaminazione tra scelte restaurative e accenti profetici che prefigurano Schumann e Brahms. Quanto dire che l'ansia di assoluto di Beethoven viene "umanizzata" con una incursione nel soggettivismo romantico. L'esecuzione è di uno stupefacente rigore, con il canto che illumina le strutture musicali. Un esempio esecutivo da antologia quartettistica è il Trio dello Scherzo, nei brusii trasvolanti degli archi, in cui affiorano le magie del "Sogno di una notte di mezza estate" composto da Mendelssohn l'anno precedente. Un bis settecentesco (un Mozart giovanile?) ha incoronato la serata conclusa con festosi consensi.
Mario Messinis